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DigitalIl social in cui si parla fa parlare di sé: che cos’è Clubhouse

Il social in cui si parla fa parlare di sé: che cos’è Clubhouse

Il social in cui si parla fa parlare di sé: Clubhouse nasce nel 2020 dalla società Alpha Exploration, e cresce sempre più fino al recente 31 gennaio 2021 quando è entrato in una stanza Elon Musk, facendo diventare popolarissimo il nuovo social che si basa solo e unicamente sulle voci delle persone che decidono di intervenire in una stanza tematica.

C’è chi ha ironizzato dal primo momento facendo notare che fosse un social di messaggi audio, quelli che tutti sostengono di detestare delle app di messaggistica più comuni; qualcun altro si è interrogato sul futuro di un social che imita le ormai vetuste dinamiche radiofoniche, senza supporto visuale che sembra essere medium imprescindibile della comunicazione digitale e non.
Eppure, Clubhouse conta ad oggi più di due milioni di iscritti e anche in Italia sta diventando lo spazio virtuale in cui sembrano accadere cose..

Ma vediamo come funziona: Clubhouse è fatto di stanze, con tre diverse tipologie di privacy vagamente simili a quelle dei gruppi di Facebook: può essere una stanza chiusa, a cui avranno accesso solo le persone tramite invito personale; può essere una stanza “social”, aperta cioè a chiunque sia nella cerchia di persone seguite; e può essere aperta, che significa aperta a tutti, ovunque. 

dunque per interessi, contatti in comune e attività di utilizzo, Clubhouse potrà segnalare la mia stanza aperta a chiunque nel mondo, e chiunque potrà entrare, ascoltare e partecipare.

All’interno di ogni stanza esistono tre diversi ruoli: il moderatore, che si occupa di invitare, dare e togliere la parola agli speaker: gli speaker sono quelli che parlano, e i listener si limitano ad ascoltare. Si è quindi, a seconda della stanza in cui si entra, e con la possibilità di alzare la mano per cambiare ruolo, veri e speaker radiofonici e contemporaneamente pubblico.

Alzare la mano, non fisicamente ma attraverso un’icona da pigiare su uno schermo, è ormai una prassi molto familiare: in particolare dal 2020 – curioso, l’app nasce proprio nel marzo 2020, quando la pandemia scavallava definitivamente i confini cinesi e arrivava in tutto il mondo – grazie ai servizi di streaming come Google Meet, Zoom, Skype e Microsoft Teams. Grazie a questi strumenti, lezioni scolastiche, universitarie e riunioni di lavoro sono andate avanti nonostante il distanziamento sociale.

Milioni di vite stravolte da preoccupazione e sconforto per un virus incontrollabile si sono ritrovate a parlare con cari e colleghi attraverso programmi che trasformassero la comunicazione quotidiana, precedentemente fatta di interazioni dal vivo e qualche messaggio o mail, in immagini e voci che sostituissero il contatto umano praticamente del tutto, salvo quei pochi volti amici con cui dividevamo il tetto di casa.

Forse è proprio in questo passaggio delicato la curiosa fortuna di questo nuovo social, in un panorama quasi saturo e tendenzialmente stabile da anni a causa di un oligopolio di big corporations nello scenario globale: foto e video sono veicolo dell’immagine di sé, o il fertilissimo terreno per la proliferazione di trend social da cavalcare; ma alla mancanza, talvolta dolorosa, di relazioni umane, non si sopperisce facilmente con un utilizzo dei social così com’era solo poco più di un anno fa, ma anche con la comunicazione tramite la nostra voce con conoscenti o perfetti sconosciuti.

La possibilità di sentire il suono della voce delle persone con cui ci si scambia un’opinione, o di cui si ascolta un seminario o un commento flash su fatti d’attualità, è quello che mancava agli storici gruppi di discussione ai topic di cui i vari social all’interno delle nicchie tematici sono disseminati. 

Chiaramente Clubhouse non è un posto in cui troverete soltanto persone disperatamente alla ricerca di contatto umano, ma persone da tutto il mondo che vogliono poter riunirsi e parlare con la propria voce, tenendo al riposo le dita dal digitare sullo schermo per comporre un pensiero.

E se nelle app di messaggistica hanno avuto tanto successo i messaggi vocali anche di più minuti (ricollegandoci a chi ha ironizzato su Clubhouse) rispetto a un’alternativa fatta di numerosi e lunghi testi da comporre lettera per lettera, forse possiamo comprendere come possa essersi diffuso rapidamente un nuovo social, fatto di stanze e voci, che non lascia traccia, inclusivo e tematico. 

Esattamente come ci immaginiamo una vita sociale di cui sentiamo, e sentiremo ancora per molto, la mancanza.

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